Si la palabra «gesto» deriva del verbo latino gerĕre, que tiene, entre otras acepciones, la de 'llevar', 'comportarse' o 'llevar a cabo', podemos definir el gesto escénico como el movimiento de una o más partes del cuerpo cuyo fin es la expresión de una intención determinada.

El gesto puede ser deíctico, didáctico, sensitivo, práctico, ilusorio o evocativo.

El gesto deíctico indica la presencia de algo en el espacio.

El gesto didáctico acompaña a la palabra subrayando y reforzando su significado lingüístico.

El gesto sensitivo expresa sensaciones físicas y/o interiores, como, por ejemplo, el frío o el miedo.

El gesto práctico establece una relación de uso entre quien lo realiza y un elemento externo, como cuando se agarra un vaso.

Lo mismo sucede con el gesto ilusorio (típico del mimo ilusionista), a través del cual se crea, sin embargo, una relación con un objeto imaginario, físicamente inexistente, como cuando se representa con mimo la acción de coger un vaso que no existe.

Por último, se le llama evocativo al gesto que, como bien expresa su etimología, evoca o convoca ante la presencia del público algo que no existe, transformando todo el cuerpo o una parte de él en un elemento determinado. Si el que actúa utiliza todo su cuerpo para interpretar físicamente un árbol, tendremos una relación mimética total con el personaje del árbol. Pero, si esto sucede solo con una parte de la estructura anatómica de quien interpreta (por ejemplo, con la mano y el antebrazo), tendremos una relación mimética parcial, pero en ambos casos el actor habrá transformado un cuerpo físico en cuerpo imaginario, extrayendo las imágenes del árbol de sus propias imágenes fisiológicas.

Mientras los primeros cuatro tipos (deíctico, didáctico, sensitivo y práctico) pueden darse también fuera de la escena, por su función de servir a las acciones y relaciones cotidianas, los gestos miméticos de tipo ilusorio y evocativo son, por otra parte, propios de la expresión artística, por su capacidad de crear una realidad imaginaria.

En el caso específico de la narración escénica, sobre todo cuando no se recurre a elementos escenográficos y el narrador constituye una única presencia física sobre el escenario, el gesto ofrece a menudo la posibilidad de señalar, definir y utilizar una espacialidad inicialmente vacía de objetos concretos pero potencialmente rica de presencias inmateriales. De esta manera, el movimiento del intérprete permite crear una distancia, variar relaciones proxémicas, montar y desmontar escenarios o (en un sentido fílmico) encuadres, con extrema libertad, velocidad y máxima economía, mostrando con el movimiento del narrador todo lo que no se ve concretamente en escena. En la relación con la palabra, el gesto puede amplificar un significado a la vez que enfatizar los contenidos expresados por el lenguaje verbal. Esta función didáctica tiende a agravarse cuando el gesto sigue a la palabra, y se aligera cuando la precede. El gesto narrativo puede, por otro lado, sustituir a la palabra cuando resulta más eficaz o, al contrario, ser sustituido por la palabra. En general, en la relación entre palabra y gesto, las palabras tienden a percibirse como fundamentales en una narración literaria, y secundarias en una narración teatral.

 

Matteo Belli
trad. Ana Griott

 

Se la parola «gesto» deriva dal verbo latino gerĕre, tra le cui varie traduzioni ricordiamo quelle di 'portare', 'comportarsi', 'agire', possiamo definire il gesto scenico come il movimento di una o più parti del corpo finalizzato all’espressione di una determinata intenzione.

Il gesto può essere deittico, didascalico, sensitivo, pratico, illusivo o evocativo.

Il gesto deittico indica la presenza di qualcosa nello spazio.

Il gesto didascalico accompagna la parola sottolineandone e rafforzandone il senso linguistico.

Il gesto sensitivo esprime sensazioni fisiche e/o interiori, per esempio di freddo o di paura.

Il gesto pratico stabilisce una relazione d’uso tra chi lo compiee un elemento esterno, come nel caso in cui si afferri un bicchiere.

Allo stesso modo, si comporta il gesto illusivo (tipico del mimo illusionistico), tramite il quale, però, questa relazione viene creata con un oggetto immaginario, fisicamente inesistente, come quando si mima l’azione di prendere un bicchiere che non c’è.

Infine, si può dire evocativo un gesto in cui, etimologicamente, si chiama qualcosa fuori da qualcos’altro, trasformando tutto il corpo, o una sua parte, in un determinato elemento. Se il corpo del performer viene interamente utilizzato per interpretare fisicamente un albero, avremo un rapporto mimetico totale con il personaggio dell’albero; invece, se questo avviene solamente con una parte della struttura anatomica di chi interpreta (per esempio con la mano e l’avambraccio), si avrà un rapporto mimetico parziale, ma in entrambi i casi il performer avrà trasformato un corpo fisico in corpo immaginario, estraendo l’immagine dell’albero da quella fisiologica della sua persona.

Mentre i primi quattro tipi (deittico, didascalico, sensitivo e pratico) possono darsi anche in un contesto extra scenico, per la loro funzione di servizio alle più comuni azioni e relazioni quotidiane, i gesti mimetici di tipo illusivo ed evocativo sono, invece, propri dell’espressione artistica, per la loro natura creativa di una realtà immaginaria.

Nel caso specifico della narrazione scenica, soprattutto quando non si fa ricorso a elementi scenografici e il narratore costituisce l’unica presenza fisica sul palcoscenico, il gesto offre molto spesso la possibilità di accennare, definire e utilizzare una spazialità inizialmente vuota di oggetti concreti, ma potenzialmente ricca di presenze immateriali. Il movimento dell’interprete permette così di creare distanze, variare relazioni prossemiche, «montare» e «smontare» scenari o (in senso filmico) inquadrature, con estrema libertà, velocità e massima economia, metabolizzando nella capacità di movimento del narratore tutto ciò che non si vede concretamente in scena. Nel rapporto con la parola, il gesto può assumere un valore di amplificazione del significato laddove enfatizza i contenuti espressi dal linguaggio verbale. Questa funzione didascalica tende ad appesantirsi quando il gesto segue la parola, ad alleggerirsi quando la precede. Il gesto narrativo può, inoltre, sostituire la presenza della parola, nel caso in cui risulti più efficace o, al contrario, esserne sostituito. In generale, nel rapporto tra parole e gesti, le prime tendono a essere percepite come preponderanti in una narrazione di tipo letterario, i secondi in una narrazione di tipo teatrale.

 

Matteo Belli